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Dalla scrivania del direttore

 

In genere Misna, l’agenzia di stampa del mondo missionario, parla del sud del mondo e di notizie che in genere non stanno sotto i riflettori. Mi ha colpito l’editoriale di stamani in cui il direttore, Pietro Mariano Benni, parla del suo ricordo di Aldo Moro e fa, partendo da questo ricordo, un’analisi storico-politica. Analisi che non sottoscrivo in toto, un po’ perché non la condivido in tutti i suoi punti, un po’ perché certi fatti non li conosco e quindi non li posso giudicare. Ve la sottopongo però perché ritengo possa essere interessante da leggere e commentare.

Dalla scrivania del direttore: XXX ANNIVERSARIO, MI SIA CONCESSA UNA PICCOLA TESTIMONIANZA PERSONALE...

A giudicare dai giornali di questi ultimi giorni e in particolare dai telegiornali e dagli speciali televisivi di ieri, XXX anniversario del sequestro di Aldo Moro, ci sono voluti tre lunghi decenni perchè il paese, i principali mezzi d’informazione e buona parte dell’opinione pubblica cominciasse a prendere e dichiarare coscienza dell’interminabile lutto che il paese ha sofferto e continua a soffrire per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, entrambi evitabili, soprattutto la sua morte. Mi sia concessa, in questa particolare occasione, una piccola testimonianza personale, un minuscolo omaggio all’uomo Moro e, senza nulla togliere agli altri uomini della scorta, al maresciallo Oreste Leonardi di cui ero diventato amico per i continui inevitabili contatti che la mia attività di cronista mi portava ad avere con la fedele guardia del corpo. Come studente di Giurisprudenza all’Università di Bari ma soprattutto come ragazzo di bottega della sede Ansa per la Puglia e la Lucania dal 1961 al 1968 - e poi in Canada e a New York, dove lo storico direttore dell’agenzia Sergio Lepri aveva avuto la bontà di spedirmi a fare esperienza e carriera - ho avuto occasione di vedere e ascoltare Aldo Moro molto da vicino più volte, in circostanze e ambienti diversi, dalla provincia pugliese (a cui Moro era legato essendo nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916) fino al Palazzo di Vetro dell’Onu. Lo ricordo alla fine di lunghi viaggi elettorali nella circoscrizione che lo rese il politico più votato d’Italia - quando attraverso le preferenze l’elettore poteva scegliere - su una poltroncina della prefettura di Bari , a notte fonda, sorseggiare stancamente una tazza di brodo caldo. Come in una foto indelebile lo rivedo il 9 ottobre 1969, al leggio sotto il podio dove sedevano l’allora Segretario generale dell’Onu U Thant e la presidente della XXIV sessione dell’Assemblea generale, la liberiana Angie Elizabeth Brooks. A quel tempo non scrivevo nè mi occupavo in particolare di Sud del mondo ma i colorati abiti tradizionali e il grande spettacolare copricapo della signora Brooks sono rimasti nei miei occhi come nelle mie orecchie c’è ancora la voce pacata, scandita di quell’intervento di Moro all’assemblea. Una sequenza che conservo accanto a quella del primo celebre intervento di Yasser Arafat, pochi anni dopo, davanti alla stessa Assemblea. Al termine delle ricorrenti visite di Moro in Puglia nei primi anni ’60, dopo Corrado Guerzoni, addetto stampa e grande assistente di Moro, e il maresciallo Oreste Leonardi, io ero tra i pochi a decifrare facilmente la complessa calligrafia del presidente, al punto che venivo consultato dai colleghi quando, in possesso del testo di un discorso vergato da Moro al termine di una lunga e faticosa giornata , avevano a volte difficoltà a capire alcune parole... Confesso di avere grande nostalgia (non soltanto personale) di quei momenti in cui potevo nutrirmi dell’osservazione ravvicinata di un’intelligenza politica di grande statista sempre all’opera, anche nei momenti minori della giornata, ma soprattutto della percezione di un grande figura di uomo probo. Miracolo economico, congiuntura, Sessantotto, tutto si susseguiva in quegli anni con grande rapidità in un paese che, senza la guida di Moro, forse non avrebbe saputo far “convergere le parallele” di tante diverse e spesso contraddittorie esigenze di un paese che cresceva in maniera tumultuosa. Avendo dovuto sottolineare e risottolineare, quasi fino a scavarle, tante pagine di “Unità e pluralità dei reati”, un testo di Moro dalla sobria copertina grigia che costituiva il testo principale dell’esame di Filosofia del Diritto, avendo assimilato non senza fatica l’acume e la finezza intellettuale di quella dispensa universitaria, ero spesso infastidito dai commenti superficiali e qualunquistici, o addirittura goliardici, con cui anche certa stampa liquidava il cosiddetto “linguaggio oscuro” e la complessità del pensiero di uno dei pochi politici che si sforzava di guardare lontano e di far appunto “convergere” in una sintesi più alta e avanzata quelle stesse diverse anime del paese che era già riuscito ad armonizzare e riversare nella Costituzione durante i lavori dell’Assemblea Costituente.

Provo ancora oggi una rinnovata amarezza per quelle critiche da quattro soldi di chi, per ignoranza o malafede (o un misto d’entrambi), tentava di minare in modo così irresponsabile il delicato processo sociale e politico a cui l’uomo e lo statista stavano faticosamente lavorando. Non saranno stati anche quegli umori a gettare le prime invisibili basi di quel che accadde nel 1978? A marzo 2003, l’onorevole Antonio Rusconi, uno delle non molte voci di quell’anniversario alla vigilia dell’attacco americano all’Iraq, scriveva: “Se ricordiamo e riflettiamo sulle tragiche vicende di 25 anni fa e soprattutto sulla figura e la lezione di Moro, è perché noi siamo convinti di trovare in lui una lucidità intellettuale, un vigore morale, una concezione alta della politica, insieme alla consapevolezza dei suoi limiti, nonché feconde intuizioni; insomma un'intelligenza, un'etica, una disciplina ed una prassi per la politica di oggi. Tutte forme di vita civile e personale che non ci dettano risposte, ma disegnano direzioni, stili e ritorni di un cammino che sta a noi proseguire [...] Come sembra lontana questa abilità di tessere le ragioni della convivenza delle grandi storiche religioni nella città sacra di Gerusalemme, questo continuo lavoro per costruire sulle grandi decisioni l'unità delle scelte di un'Europa sempre più da espandere, rispetto alla grigia sudditanza verso le recenti scelte di Bush che hanno umiliato l'Onu e diviso e disperso cinquant'anni di crescita del senso di appartenenza alla Comunità europea”. Come tenere a bada amarezza e tristezza di fronte a questa lettera di Piero Fassino al direttore del ‘Corriere della sera”, quando nell’aprile dell’anno scorso, ancora segretario dei DS, rispondendo a una delle tante polemiche del momento, scriveva: “Ho vissuto la terribile stagione del terrorismo a Torino che, per il suo valore simbolico di città Fiat e città operaia, fu assunta dalle Br come uno degli epicentri della loro offensiva. Il rapimento di Aldo Moro fu l’apice di quella lugubre stagione. E, superando iniziali reticenze e incertezze, la reazione democratica non poté che essere dura e intransigente. Ne fui partecipe e non mi sottraggo certo oggi alla responsabilità di aver condiviso la linea della fermezza. Ma ciò non mi impedisce, a trent’anni di distanza, di chiedermi se l’intransigenza di una giusta linea politica richiedesse obbligatoriamente l’accettazione del sacrificio di una vita. Si dice : « Se per Moro si fosse trattato, lo Stato avrebbe dato un segnale di resa ai terroristi ». Allora, nel vivo di uno scontro durissimo, condivisi questa impostazione. Oggi sono meno sicuro. Non sta scritto, infatti, che una trattativa per salvare una vita umana debba necessariamente comportare la resa alle ragioni di chi a quella vita attenta. Non credo affatto che se avessimo ottenuto la liberazione di Moro, la nostra lotta al terrorismo sarebbe diventata poi meno intransigente. Né credo che sarebbe aumentato il consenso verso i terroristi. E, insieme alla vita di un uomo, avremmo forse anche salvato la Repubblica da una lacerazione politica e istituzionale che negli anni successivi avrebbe prodotto conseguenze dirompenti ». E come trattenere l’indignazione - in questo 30° anniversario della ‘presa di coscienza’ - nell’apprendere dal libro « Doveva morire - chi ha ucciso Aldo Moro” del giudice Ferdinando Imposimato e del giornalista Sandro Provisionato che il signor Steve Pieczenik, “international crisis manager” e “hostage negotiator” del Dipartimento di stato americano, componente del comitato di crisi in quei tragici giorni del 1978, oggi avrebbe ammesso una sua “manipolazione strategica” che programmo il “sacrificio” di Moro per la “stabilità dell’Italia”. Al Dipartimento di stato, pur essendo gli anni dell’amministrazione Carter, Pieczenik era stato nominato da Henry Kissinger, più volte ricordato (non solo dai cosiddetti ‘dietrologi’ ma anche da persone molto vicine a Moro) come un nemico giurato della politica estera italiana di quegli anni e di Moro in particolare. Dopo esserlo stato, sia detto per inciso o per “strana” associazione di idee, anche del presidente cileno Salvador Allende. Mi accorgo che i fatti mi hanno preso la mano e quella che intendeva essere un granello di ricordi personali è diventato a poco a poco altro. Torno allora a quella tazza di brodo caldo tra le mani translucide del professor Moro alla prefettura di Bari; io ero a pochi passi da lui e stringevo ancora i fogli del suo ultimo discorso. Una delle due mani si staccò dalla tazza e mi fece un cenno: “Caro figliolo, ho scritto proprio di corsa questa volta... posso rimediare?” (Pietro Mariano Benni)

Pubblicato il 17/3/2008 alle 9.57 nella rubrica Politica.

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