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Agnese Moro e l'analisi degli anni di piombo

 

Ieri ricorreva il trentesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, rapito e ucciso, cinquantacinque giorni dopo il rapimento, dalle Brigate Rosse.

Mi hanno colpito, in un contesto in cui quasi tutti i personaggi pubblici hanno sentito più o meno legittimamente dire la propria, le parole di Agnese, figlia dello statista che lo ha ricordato non come uomo politico e protagonista delle istituzioni repubblicane, ma come padre, e non avrebbe potuto essere altrimenti.

Agnese Moro però, dopo queste sue intime confidenze, è passata ad un’analisi storico politica che mi ha colpito e nella quale mi riconosco in pieno.

Parlando di come sta vivendo il suo rapporto con quel periodo della sua vita così doloroso, la Moro ha affermato di credere dentro di se di “aver un po’ perdonato tutti”, aggiungendo però che “anche loro (gli ex-brigatisti) dovrebbero fare la loro parte”; in questo senso ha chiesto loro un “senso di responsabilità nei confronti della collettività” e ha evidenziato la “necessità di dire la verit su tutto quello che è successo in quegli anni.”

Mi hanno colpito queste parole perché sono quelle di una vittima che, nonostante tutto, riesce a parlare con una grande umanità e con un grande senso dello stato. Il perdono, lo sappiamo, è un sentimento individuale, che non può essere concesso per legge ma che è il frutto di un percorso individuale al quale si può giungere o meno. Ma invocando il senso di responsabilità, parlando dell’esigenza di giungere ad una verità su quegli anni, ecco, quello è il segno di una persone che ha il senso dello stato e la consapevolezza che quel fatto privato, come la morte di suo padre, ha segnato uno scalino fondamentale nella storia recente della nostra Italia repubblicana. Solo con questo consapevolezza di può parlare di “responsabilità” e di “verità” rivolgendosi a coloro che quel rapimento e quell’omicidio lo hanno pianificato e realizzato.

Queste parole di Agnese Moro le ho lette pochi giorni dopo aver finito di leggere “Spingendo la notte più in là”, il libro di Mario Calabresi che parla della vita, della morte e dei ricordi del padre, commissario di Polizia ucciso anche lui in quegli anni segnati da una disumanità incredibile. Anche in quel libro è una vittima che parla. E anche lei parla con una grande umanità e un’incredibile senso della realtà e dello stato. Mario Calabresi era un bambino di due anni quando gli uccisero il padre e quindi ha pochissimi ricordi diretti di lui. Ma la sua vita non è tormentata dal rancore e dall’odio, ma dalla voglia di capire com’è stato possibile per cercare di fare in modo che episodi di questa gravità non abbiano a ripetersi.

Queste due testimonianze danno speranza ma devono anche far riflettere su quanto poco è stato fatto per le vittime di questi fatti si sangue, per le loro famiglie, mentre i protagonisti di quegli anni, quelli che in quel periodo erano dall’altra parte della barricata, oggi ce li troviamo nelle università, negli studi televisivi e in qualche caso anche in Parlamento. Niente da dire sul diritto di una persona a cambiare vita e ad avere un’altra possibilità. Ma fa male pensare che spesso queste persone continuano a pontificare le proprie idee mentre le vittime di quegli anni, innocenti, un’altra possibilità non l’hanno avuto.

Pubblicato il 17/3/2008 alle 9.26 nella rubrica Politica.

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