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L'Iraq agli iracheni. Splendido! Ma quando?

 

“L’Iraq non appartiene né ai sunniti né agli sciiti; non è proprietà degli arabi, né dei curdi né dei turcomanni. Oggi, dobbiamo alzarci in piedi annunciando che l’Iraq è in realtà degli iracheni”. (Ammar Abd-al-Aziz al-Hakim, per qualche tempo sostituto di suo padre ammalato, a capo del Supremo consiglio islamico iracheno, in un discorso a Ramadi, capoluogo della provincia a prevalenza sunnita di al Anbar a nord di Baghdad, contro le strumentalizzazioni di chi ha accreditato nel tempo la natura settaria di molti scontri iracheni.)

Come sarebbe bello se questa frase fosse attuale e sembrasse realistica in un Iraq che invece ha appena trascorso un fine settimana carico di attentati, scontri armati e violenze e che tenta in qualche modo di opporsi alla proposta americana di dividere il paese in tre parti, fra sanniti, sciiti e curdi.

Nonostante l’apparente irrazionalità di questa affermazione del leader del Supremo consiglio islamico iracheno però, dovrebbe indurci alla speranza la visita che egli stesso ha fatto a Ramadi, capoluogo della provincia a prevalenza sunnita di Anbar, a nord di Baghdad.

Tentativi di dialogo insomma fra le parti in causa in questa difficile transizione irachena, dove la presenza americana se forse non è una presenza di occupazione sicuramente non riesce a dare quella stabilità al paese che forse lo stesso establishment americano immaginava. E conferma, a mio modo di vedere il tragico errore della guerra, che non ha esportato finora nessuna democrazia ma ha soltanto contribuito a peggiorare ulteriormente la vita di una popolazione già allo stremo dopo i decenni passati sotto il giogo di Saddam Hussein.

E allora proviamo a sperare lo stesso un Iraq degli iracheni, unito, democratico e libero. E cerchiamo di agire, ognuno nel nostro piccolo affinché la speranza non diventi utopia, miraggio, sogno evanescente.

Pubblicato il 16/10/2007 alle 16.1 nella rubrica Diario.

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