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L’ACCOGLIENZA, PRIMA RISPOSTA DELLA CHIESA ALLE MIGRAZIONI

 

“L’accoglienza è la prima specifica azione in risposta al fenomeno migratorio” ha dichiarato l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio pastorale per i migranti e gli itineranti, nell’intervento tenuto questa mattina all’università Gregoriana, al convegno internazionale su “Globalizzazione e Religione: Sfide per Politica e Chiesa”, organizzato dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede in collaborazione con l’Accademia Cattolica in Baviera. “Concretamente, migranti, rifugiati, sfollati e profughi – ha detto il prelato – soggetti alla tratta di esseri umani o studenti stranieri poveri, possono trovarsi in estremo bisogno di cibo, vestiario e ricovero, di medicine e cure mediche. La Chiesa dando loro il benvenuto, attraverso le proprie organizzazioni assiste e offre solidarietà”. Ma il problema migratorio presenta aspetti ben più complessi a articolati dei semplici bisogni primari dell’accoglienza. “Una persona su 35 vive fuori dal proprio Paese di origine – ha precisato monsignor Marchetto –. Studiare il fenomeno delle migrazioni nella sfera della globalizzazione, significa far riferimento ad un nuovo assetto dell’economia mondiale e della comunicazione… La “filosofia” della globalizzazione, diciamo così, si fonda sulla libera circolazione dei capitali, delle merci, della cultura, dell’informazione, ma non delle persone e ha provocato cambiamenti rapidi in campo politico, economico, e sociale. Ne viene di conseguenza un vantaggio per l’umanità, pur tenuti presenti i punti deboli circa giustizia e solidarietà”. D’altra parte, ha proseguito l’arcivescovo, “si stanno formando enormi sistemi economici, finanziari, tecnologici e culturali, spesso giganti agguerriti ed invincibili. I grandi ricchi del pianeta possiedono così una ricchezza pari a quella della metà della popolazione mondiale. Molte centrali di smistamento di capitale sono dunque in mano a privati e sfuggono in pratica al controllo governativo e della pubblica autorità, anche internazionali”. Di fronte a questo complesso fenomeno la Chiesa è chiamata ad intervenire e prendere posizione a favore dei più deboli, identificando il proprio cammino con quello delle persone in mobilità, quindi offrendo aiuto e solidarietà, “ma soprattutto con l’azione pastorale, cominciando dalla preparazione alla partenza. La Chiesa è cioè chiamata ad aiutare i potenziali emigranti a prepararsi ad affrontare la loro vita all’estero – ha proseguito monsignor Marchetto – è importante dare loro informazioni corrette riguardo ai Paesi in cui dovranno vivere, circa le leggi, la legislazione sul lavoro, i costumi, le tradizioni religiose, le condizioni democratiche, ecc. Quando una persona ha deciso di emigrare la Chiesa d’origine deve anche indirizzarla verso quella del Paese di destinazione, per una futura assistenza pastorale, sociale e legale”. D’altra parte, ha proseguito, “la Chiesa nell’accogliere gli immigrati non fa discriminazione di nazionalità, di razza o di credo religioso …Quando i diritti degli emigrati sono calpestati, la Chiesa li difende, avvalendosi anche della sua autorità morale… I migranti sono in pericolo, vittime del triste fenomeno del traffico di vite umane, in cui non sono risparmiati perfino i bambini. Ci sono poi, i problemi collegati all’aumento dell’emigrazione femminile. Donne e ragazze in modo crescente sono parte del fenomeno, ed in molti luoghi la loro dignità e i loro diritti sono lesi”. Sullo sfondo di queste gravi problematiche, si coglie la necessità fondamentale di un profondo rapporto umano basato sul dialogo: “Il dialogo è la strada attraverso la quale a ciascun credente è offerta la possibilità di penetrare più profondamente la ricchezza della propria tradizione, e di quella altrui, cogliendone ed esprimendone l’essenziale. Più comune però è il dialogo della vita, nella quotidianità della esperienza di incontro e di convivenza. Il modo più generale e più diretto di farlo si realizza nei semplici gesti di rispetto di ogni giorno, di saluto, solidarietà, fraternità e amore, fra persone che appartengono a Chiese, comunità ecclesiali o religioni e culture diverse”. “Il dialogo, dunque, - conclude il prelato – fra Chiesa di origine e di arrivo, per il bene dei migranti, è indispensabile... e mi auguro che tutte quelle persone che vivono fuori del loro Paese nativo siano capite ed accettate come fratelli e sorelle, così che l’emigrazione in questo mondo globalizzato, possa essere considerata… uno strumento della Divina Provvidenza per favorire l’unità e la pace della famiglia umana".[CB]


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Pubblicato il 5/10/2007 alle 17.56 nella rubrica Rassegna stampa.

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